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- Scritto da Alessio Palumbo
- Categoria: Testimonianze e Storia
- Pubblicato: 02 Aprile 2020
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Il 29 marzo Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un interessante dossier dal titolo “Le altre quarantene”: l’argomento, molto trattato (visto il periodo), è quello delle altre epidemie/pandemie che nei secoli scorsi hanno interessato il nostro paese, in particolare il colera (nell’Ottocento) e la spagnola (nel Novecento).
Il testo è ricco di testimonianze d’epoca e, per quanto riguarda il colera ottocentesco, si può leggere: “Il colera è la malattia tipica dell’Ottocento europeo, come la peste lo è dei secoli precedenti. Molto più letale nelle città che nei piccoli centri. È detto “morbo asiatico” e colpisce l’immaginario collettivo come un flagello inesorabile. La prima epidemia fa circa 160.000 morti nel Regno delle Due Sicilie nel 1836-37, di cui 70.000 in Sicilia. A Napoli si manifesta in due fasi: arrivato nell’ottobre 1836 dalla Puglia […] nell’aprile 1837
torna con maggiore virulenza”.
Per tutto il XIX secolo (con alcune comparse anche nel XX) il colera metterà in allarme le popolazioni dell’Italia meridionale e i registri dei morti delle parrocchie tengono traccia e memoria del suo passaggio. Anni fa il prof. Giovanni Marchese pubblicò due testimonianze relative alla storia aradeina nel volume dedicato ai cento anni della Società Iolanda dal titolo Cento anni della nostra storia. Le riprendo con alcune piccole noterelle a margine e partendo proprio dal tragico 1837, quando venne colpito dal male asiatico il contadino Antonio Palmieri. Così il sacerdote Pasquale De Pandis ne registra la morte

“Anno del Signore 1837, giorno 29 del mese di luglio = Aradeo.
Antonio Palmieri marito di Grazia Cafaro di 40 anni, munito di tutti sacramenti morì nel giorno sopra
segnato: non furono fatte tutte le solite preghiere poiché colpito dal male asiatico detto morbo del colera”
Il testo non contiene altre informazioni; non sappiamo ad esempio nulla sul luogo di sepoltura (generalmente riportato in chiusura dell’annotazione e che in quegli anni è, nella gran parte dei casi, la chiesa dell’Annunziata). Dallo stato civile apprendiamo tuttavia che la morte era sopravvenuta alle sette di sera presso “la masseria detta Tre Masserie” dove Palmieri dimorava svolgendo la professione di colono.

Ci si potrebbe interrogare sul perché nell’atto dello stato civile Antonio Palmieri, figlio di Gioacchino e Palma Minerba, risulti di 36 anni e sposato con Grazia Bianco (e non di 40, con Grazia Cafaro come moglie come riportato nel registro parrocchiale), ma si andrebbe fuori tema e comunque si tratta di discrepanze non rare negli atti antichi. Quasi a trent’anni esatti di distanza, con particolare coincidenza, una nuova vittima viene registrata da un altro sacerdote De Pandis (Matteo) e anche in questo caso la morte avviene in campagna, alla Foresta. Nel registro dei morti troviamo l’annotazione n. 25:

“Anno del Signore 1867, giorno 30 giugno = Aradeo
Giuseppe Donadei marito di Lucia Tramacere morì nel giorno come sopra alle 16, di 37 anni circa, e fu
sepolto nel Campo Santo [..] non ricevette nessuno dei sacramenti ,colpito dal morbo del colera”
Qualcosa in più ci dicono i registri di stato civile dai quali apprendiamo che Donadei (Donadeo nell’atto comunale) morì nella “casa rurale del suo fondo, contrada Foresta” dove probabilmente svolgeva la “villeggiatura” estiva (essendo di professione muratore, figlio di muratore, e non contadino come Palmieri trent’anni prima).
