A tutti risulterà evidente che, l’attuale piazza centrale di Aradeo (di recente ribasolata e oggetto anche di tante discussioni sul suo utilizzo) è una piazza alquanto insolita, non fosse altro che per la sua forma non convenzionale.

      Andando a spulciare le vecchie carte dell’archivio di Stato di Lecce, scopriamo che i dubbi e le perplessità su questa piazza non sono per nulla recenti, ma affondano le radici nella decisione stessa di edificare un nuovo spazio adeguato ai “bisogni del paese”.

      Stando ai censimenti ufficiali, tra l’ultimo ventennio dell’ottocento ed il primo del novecento la popolazione di Aradeo passò da 2.392 a 4.561 abitanti: in pratica raddoppiò. Il paese sentì dunque bisogno di un nuovo assetto urbano e, tra le altre cose, di una nuova piazza. Gli slarghi nel circuito murario erano infatti di dimensioni ridotte: ne derivò la necessità di edificarne uno nuovo, fuori dalle mura. Le amministrazioni comunali novecentesche puntarono sulla zona ad est dell’abitato, dove nel frattempo stavano sorgendo i palazzi dei notabili locali e i “grandi” viali tipici delle tendenze urbanistiche del periodo (come via Umberto I e corso Vittorio Emanuele III).

     Questa zona, del resto, era stata da tempo destinata all’impellente espansione urbana, come dimostra lo stesso orientamento dell’ottocentesca torre dell’orologio. Date tali premesse, ad inizio secolo, venne redatto un progetto di piazza a meno di cento metri dal piccolo slargo del mercato situato immediatamente fuori porta San Nicola.

     Per realizzarlo, era intenzione delle amministrazioni del tempo espropriare un terreno appartenente a Salvatore Carallo. Su questo stesso terreno sarebbe poi stato costruito anche un nuovo edificio scolastico.

      Il Genio Civile, chiamato ad esprimersi sul tema, respinse il progetto adducendo numerose obiezioni. Innanzitutto, la zona che il comune voleva espropriare era di forma triangolare, “col lato nord prospiciente il suindicato corso [corso Vittorio Emanuele III n.d.A.] della lunghezza di metri 66, col lato sud di circa metri 71 verso la via per Cutrofiano e colla base ad est di circa metri 30 confinante colla cantina di proprietà del signor Stefano Mongiò”.

     La strana fisionomia, l’esposizione ai venti, la prossimità della campagna, la presenza di torrenti e la natura del terreno rendevano l’area “la meno salubre del paese” e quanto mai inadatta quindi alla costruzione di una piazza e men che meno di una scuola (che infatti sarà edificata da tutt’altra parte). Lo spiazzo inoltre rischiava sin da subito di restare chiuso dal nuovo edificio che Salvatore Carallo stava costruendo sulle proprie terre.

      Il Genio sintetizzò quindi le proprie opposizioni in una relazione datata 28 luglio 1910, motivandole con “la distanza dall’attuale piazza, l’insalubrità del posto scelto, le due strade a nord e sud convergenti, l’esposizione ai venti predominanti, la forma irregolare che si vorrebbe dare alla piazza”. Il funzionario incaricato sconsigliava quindi vivamente un progetto del genere, proponendo in alternativa di ampliare la già esistente piazza del mercato verso est “coll’abbattimento di porzione delle case dei Sig.ri Minerba e Grassi. Così con spesa non di molto superiore a quella suindicata si avrebbe un bel piazzale di forma rettangolare, di ampiezza sufficiente ai bisogni del paese e più centrale”.

Come sia andata a finire è evidente a tutti.

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